Patanjali e gli otto rami dello Yoga: I YAMA

Patanjali è considerato il padre dello Yoga, filosofo indiano ed autore degli Yoga Sutra. Tuttavia, della vita di Patanjali non si sa molto.

Gli Yoga Sutra sono una raccolta di 196 brevi aforismi divisi in quattro capitoli che descrivono la pratica e gli scopi dello yoga attraverso gli ashtanga yoga, ossia, gli otto stadi che il praticante deve seguire per raggiungere kaivalya (la suprema libertà), presentati dall’aspetto più esterno a quello più interno del nostro essere.

Secondo Desikachar (Il cuore dello yoga), l’ordine da seguire dipende dal punto di partenza in cui ci troviamo; è molto personale e vengono tenuti in considerazione fattori come l’ambiente in cui viviamo, le nostre credenze e il nostro carattere. Per la maggioranza delle persone e dalla propria esperienza è più semplice iniziare dalla pratica degli asana, in quanto il cambiamento della nostra mente e delle nostre abitudini è molto complesso. Ciononostante, tutte le otto membra si sviluppano in contemporanea ai nostri progressi.

Il termine Ashtanga è composto da due parole: “Ashta” significa otto e “anga” membra, parti. Queste sono: Yama, Niyama, Asana, Pranayama, Pratyahara, Dharana, Dyana e Samadhi.

Le prime due fasi, Yama e Niyama, racchiudono i principi etici e morali, come basi iniziali per un percorso profondo interiore.

Yama è il tuo atteggiamento verso gli altri e ciò che ci circonda. Ci sono cinque yama:

  1. Ahimsa (non violenza). Questo yama ci indica di non fare male agli altri, non solo fisicamente ma anche attraverso il pensiero e la parola. La lingua è la parte più violenta del corpo, c’è il detto che dice così: “La lingua è più affilata di una spada”. Non si tratta di non difendersi ma di essere educati, essere fermi ma non rudi.
  2. Satya (sincerità, verità). Ci invita ad essere onesti ed autentici.
  3. Asteya (non rubare). Si riferisce al non appropriarsi delle cose che non ci appartengono (beni materiali), ma anche non sottrarre idee o riconoscimenti altrui.
  4. Brahmacharya (moderazione). Ci invita all’autodisciplina in modo di non disperdere le proprie energie; la strada di mezzo è quella indicata.
  5. Aparigraha (non possessività). Riguarda il vivere una vita libera di avidità, egoismo e non attaccamento, prendendo solo ciò che è necessario, evitando l’accumulo e l’approfittarsi degli altri.

Che tu stia praticando yoga o qualsiasi altra attività, ci sono delle domande che ti aiuteranno a sviluppare la consapevolezza dei cinque yama, come ad esempio:

  • Mi sento comodo in questa posizione o sento resistenza?
  • Sono gentile col mio corpo o sento che lo sto forzando?
  • Sto assumendo una posa per me troppo intensa solo per far vedere che sono bravo?

Anche a questo si riferisce il termine violenza, in quanto stiamo forzando il corpo per prendere una posa a cui questo non è ancora pronto a sostenere.

Nella quotidianità ci si potrebbe chiedere:

  • Riesco a comunicare con calma quando dopo una giornata impegnativa di lavoro torno a casa ed i bambini fanno i capricci?
  • Posso gustarmi un dolce senza successivamente perdere il controllo ed abbuffarmi?
  • Riesco a dare via degli oggetti che sono finiti in cantina un anno fa e che non ho più usato?
  • Prenditi cura del tuo corpo con gentilezza ed amorevolezza.
  • Pratica l’ascolto, la gentilezza e la compassione, verso te stesso e gli altri.
  • Scegli con cura le parole che usi, giudizi e critiche potrebbero ferire te stesso e gli altri, forse non intenzionalmente.
  • Armonizza pensiero, parola ed azione
  • Osserva quali schemi e vecchie idee non corrispondono più al tuo io attuale e lasciali andare. Aggrapparsi a questi non ci permette di migliorare, ricorda, la vita è cambiamento.

Nel prossimo articolo ti parlerò dei Niyama.

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Redatto da Rosa Roca ©

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